LA CANTINA
La porta della cantina era sempre chiusa. Vi si accedeva scendendo due rampe di scale, e da un cancello in metallo a sbarre verticali. Poco prima degli ultimi gradini la temperatura cambiava, più fresca. E l’odore cambiava: odore di grotta e di buio e umido. Un lungo corridoio scuro con porte in metallo su entrambi i lati. L’ultima in fondo a sinistra era quella di mio nonno. Quando qualcuno doveva scendervi per un qualsiasi motivo, io mi offrivo di accompagnarlo. Mi piaceva la cantina. Era una grande stanza(grande forse solo nei miei ricordi) piena delle solite cose che finiscono in cantina. Ma tra tutte le cianfrusaglie ,tutte comunque ai miei occhi degne di nota, quello che mi piaceva di più era sfogliare le RIVISTE. Erano 4 o 5 pile di giornali dal formato enorme. Dai nomi strani. Il mio preferito era LA DIFESA DELLA RAZZA. Era pieno di foto di negri anche + brutti di quelli dell’uomo mascherato e di Lothar. Scoprii che esistevano gli ebrei e l’idea che me ne feci allora, fu che fossero anche + brutti dei negri. La cantina mi piaceva troppo. Mi procurai una piccola torcia elettrica e sottrassi destramente le chiavi. Nei silenziosi pomeriggi,mi spingevo lungo il corridoio oscuro alla luce debole della minuscola lampadina. Mi avvicinavo alla porta e messa la torcia in bocca, ’chè mai avrei sopportato di restare al buio lì sotto, aprivo il lucchetto. Entrando, chiudevo la porta alle mie spalle, senza fare rumore.
La luce fioca donava alle riviste contemporaneità. Mi sembrava che lette con quel lumicino riacquistassero vita. Anzi fossero un contatto con tutti quelli che le avevano lette prima di me, tanto, tanto tempo prima. Tornavo bruscamente alla realtà perché l’autonomia della pila era davvero misera e dover chiudere il lucchetto e percorrere il corridoio al buio era l’ultimo dei miei desideri.
Non che fossi un vigliacco ma con l’oltretomba non avevo un buon rapporto.
Due furono le cause concomitanti a fare di me un ragazzo prudente.
La morte del signor Nardelli del 5° piano e Belfagor.
Alle 21 in tv c’era Belfagor.
Spesso i personaggi si aggiravano per il Louvre di notte nel museo egizio, tra statue di antichi dei dalla testa d’uccello o di cane.. E poi c’era LUI. Tutto Nero con un copricapo quasi da suora e con una maschera che mi avrebbe fatto venire un colpo anche se non l’avessi incontrata di notte nel Louvre ma dal salumiere
Ora…la mattina in cui la sera alle 9 c’era Belfagor,
venne a mancare,così dicevano i manifesti giù davanti il portone
(mi sembrò un po’ pochino per uno che era morto) il Cav. Nardelli, inquilino del 5 piano, vale a dire sotto il mio appartamento. Fuori della sua porta di casa l’impresa aveva sistemato un drappeggio viola. Ed io dovevo rientrare a casa.Ricordo che stazionai sul pianerottolo del 4° piano e dopo una breve rincorsa percorsi velocissimo due rampe di scale, intravidi le tende viola e i manifesti ma ero già schizzato sulla rampa che portava al mio pianerottolo benedetto. Salvo! Salvo!
Però le esplorazioni le continuavo, avendo trovato tra l’altro , in una grande cassa, uniformi militari, libretti sull’ uso di fucili e mitraglie e persino una baionetta. Trovai anche uno strano librettino ,un “poema priapico” di cui non capii nulla ma che aveva delle illustrazioni con donne vestite con veli colorati o seminude.
Esploratore, archeologo, speleologo ecco cosa mi sentivo.
Per niente preparato a quello che sarebbe accaduto.
Uno di questi pomeriggi in cui mi addentravo in tempi maledetti e stramaledetti, attento ai cobra e alle botole spalancate su pozzi con punte di lancia aguzze sul fondo, nell’accedere al lungo corridoio, vidi altri ragazzi.
Altri ragazzi!!!??? Io non avevo mai incontrato nessuno prima nella catacomba.
Era un gruppetto di ragazzetti della mia età, con i quali un po’ mi picchiavo e un po’ ero amico.
Che ci facevano là sotto?
Mi avvicinai al gruppetto ,4 o 5, salutandoli, notai solo dopo
che c’era uno di loro appoggiato con le mani al muro e con i pantaloni e le mutande abbassate.
Il culo bianco di Franchino riluceva come fosse fosforescente.
Uno degli altri tirò fuori il pisello drizzato e si accostò a Franchino cominciando a fare avanti e dietro contro il sedere latteo.
“Poi lo puoi fare tu. Noi l’abbiamo già fatto” mi disse uno dei due fratelli Vacca,Aniello.
Non ero assolutamente preparato a questo.
Tempo prima, proprio lui mi aveva chiesto all’improvviso” Ma a te ti esce lo sburro?”
Lo sburro? Oh gesù ,pensai che cazzo sarà sto sburro?
Interrogatomi e non trovando risposte chiesi con esitazione “ ma da dove?” “ma dal cazzo, no?!”
“Ehm, no!” La risposta non doveva essere stata quella giusta perché mi mollò di colpo andandosene per le cose sue.
Intanto, l’altro sembrava aver finito. Franchino sempre faccia al muro.
Il gruppetto mi guardò, attendendo.
Senza dire nulla mi girai e andai via.
Forse la mia ignoranza sullo sburro, mi fece sembrare tutta la scena sporca, degradante, angosciante. Ma non avrei saputo spiegarlo a parole allora.
Il giochino a incularella col povero Franchino venne scoperto dai “grandi” e successe un gran casino.
I miei genitori furono molto contenti,quando venne fuori la mia completa estraneità allo scandalo.
Fui processato anche io poco tempo dopo, però, per aver portato ad esplorare la cantina, la babysitter delle bambine del piano terra, un’orfanella di poco più grande di me.
Ma io ero innamorato.
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